Introduzione
In terapia, arrivano momenti silenziosi e difficili.
Attimi in cui ci si chiede se abbia davvero senso continuare.
Non sempre si tratta di qualcosa di clamoroso: a volte è solo un pensiero che si affaccia piano, mentre si va a sedersi nella sala d’attesa, o una piccola stretta allo stomaco il giorno dell’appuntamento.
“Sto davvero meglio?”
“Mi sento confusə.”
“Forse non è la terapia giusta. Forse non sono io la persona giusta per farla.”
È un passaggio molto più comune di quanto si pensi. E non è un errore. Anzi, può essere uno dei segnali più importanti che qualcosa di profondo sta accadendo.
Quando il cambiamento fa più paura del sintomo
Tutti, in qualche misura, desideriamo stare meglio.
Ma quando la terapia inizia davvero a toccare punti delicati — emozioni profonde, vecchi schemi, parti di noi rimaste a lungo in ombra — può affiorare un senso di disagio. Come se una parte interna segnalasse che si sta andando troppo a fondo, troppo vicino a qualcosa che mette in allerta.
È in questi momenti che può nascere la tentazione di fare un passo indietro.
Si comincia a mettere in discussione l’utilità del percorso, ci si sente più confusi, meno motivati.
A volte si pensa che forse non è il momento giusto, o che la terapia non stia aiutando davvero.
Spesso, è proprio quando ci si avvicina a un punto di svolta che emerge la voglia di mollare. Il sintomo, per quanto faticoso, ha una sua familiarità: fa parte di noi, ci ha protetti, ha dato forma a un modo di stare nel mondo.
Cambiare, invece, significa affrontare l’incertezza.
Lasciare ciò che si conosce, anche se doloroso, per aprirsi a qualcosa di nuovo che ancora non si sa bene cosa sarà.
La funzione nascosta del sintomo
C’è un momento, in terapia, in cui la domanda non è più solo “Come posso liberarmi dal sintomo?”, ma “Cosa mi sta dicendo il sintomo? Di cosa mi protegge?”
Molti comportamenti che definiamo “disfunzionali” hanno una funzione precisa:
- evitare il contatto con emozioni troppo intense o non elaborate
- mantenere un equilibrio relazionale precario ma familiare
- impedire un cambiamento che appare troppo destabilizzante
- proteggere dal rischio di una nuova ferita
Evitare il contatto: quando la vicinanza spaventa
Capita che alcuni pazienti siano brillanti, collaborativi, puntuali… ma profondamente distanti.
La relazione c’è, ma è come se fosse sempre “un passo indietro”.
Ogni movimento più autentico viene seguito da un ritiro, da un cambio argomento, da una battuta.
Questo accade spesso quando la persona ha costruito uno stile di attaccamento evitante: ha imparato, molto presto nella vita, che affidarsi è pericoloso, che mostrare emozioni significa esporsi, e che nessuno sarà lì, davvero, quando si avrà bisogno.
In terapia, quando si costruisce una relazione stabile, questa “difesa elegante” può iniziare a vacillare.
Ed è lì che l’incontro diventa terapeutico, ma anche faticoso.
Il desiderio di fuggire: un linguaggio da ascoltare
Quando nasce il pensiero di lasciare la terapia, può essere utile fermarsi un momento e provare a capire cosa lo ha generato.
Magari è successo qualcosa di specifico, oppure si è solo avvertita una sensazione di disagio difficile da nominare.
Ci si può chiedere, ad esempio:
Cosa è successo poco prima che iniziassi a pensare di mollare?
Sto entrando in un’area che mi fa sentire troppo espostə?
C’è qualcosa, in quello che si sta muovendo, che mi mette in difficoltà?
Non sempre le risposte arrivano subito, ma darsi queste domande può aiutare a dare un significato a quel momento di incertezza.
Invece di vivere l’impulso di allontanarsi come un segnale di fallimento, lo si può leggere come parte del processo, un’occasione per conoscersi meglio.
Parlare in seduta del desiderio di interrompere può trasformare quel momento in uno spazio di confronto importante, dove ci si può sentire accolti anche nella fatica o nel dubbio, senza dover fingere che tutto stia andando bene.
Riconoscere i propri meccanismi di fuga
Ci sono molti modi per allontanarsi dalla terapia, non sempre evidenti:
- smettere di parlare di ciò che fa male
- arrivare in ritardo o saltare appuntamenti
- iniziare a criticare costantemente il terapeuta
- evitare del tutto di tornare, senza dire nulla
Questi comportamenti, pur diversi tra loro, possono essere una porta d’accesso per osservare qualcosa che si muove a un livello più profondo. Non si tratta di dover interpretare ogni piccolo gesto, ma di fermarsi a chiedersi se stia emergendo una reale stanchezza rispetto al percorso, o se dietro ci sia qualcos’altro: un’incertezza, una paura, una resistenza che merita attenzione.
La paura della dipendenza e il bisogno di protezione
Un’altra paura silenziosa, ma concreta, è quella di entrare in una relazione di dipendenza con il terapeuta.
Stare in terapia significa anche riconoscere un bisogno, lasciarsi aiutare, affidarsi per un tratto del percorso. Per alcune persone, però, questo passaggio può risultare emotivamente molto faticoso, soprattutto se in passato essere dipendenti da qualcuno ha significato esporsi al rischio di essere trascurati, invasi o lasciati soli.
La relazione terapeutica è anche una relazione di dipendenza.
Per chi ha conosciuto relazioni instabili o dolorose, la dipendenza nelle relazioni emotivamente intense — come quella psicoterapeutica o familiari — viene spesso vissuta come una condizione pericolosa. Non è raro che emergano timori profondi: la paura di essere abbandonati nel momento in cui si abbassa la guardia, oppure di trovarsi invischiati in un legame difficile da gestire, dove si perde il senso di sé o si resta incastrati in dinamiche spiacevoli. In questi casi, anche una relazione terapeutica sicura può riattivare antiche difese.
Queste paure non sempre vengono espresse apertamente, ma possono manifestarsi in modo indiretto: si inizia a dubitare dell’utilità del percorso, si salta una seduta, si prova un senso di irritazione verso il terapeuta, o si ha la sensazione che si stia diventando troppo vulnerabili. Sono modi con cui la persona cerca di proteggersi da una sensazione percepita come minacciosa, anche se non lo è oggettivamente.
Anche il momento in cui si decide di concludere la terapia può attivare vissuti complessi. Separarsi non è di per sé qualcosa di negativo, ma può diventare un’occasione preziosa per dare senso al legame costruito e per congedarsi in modo rispettoso. Terminare un percorso bruscamente, senza parlarne, può invece riattivare antichi schemi di interruzione e perdita. Per questo, quando possibile, è utile attraversare anche la fine della terapia insieme, con consapevolezza, come parte integrante del lavoro fatto.
FAQ
È normale avere voglia di interrompere la terapia?
Sì, capita spesso. Non è un segnale che la terapia non funziona, ma può essere un momento in cui stanno emergendo vissuti profondi e complessi.
Come faccio a capire se è solo un momento o se è davvero il caso di fermarsi?
Parlarne con il terapeuta è il modo migliore per fare chiarezza. Il dubbio, se condiviso, diventa parte del lavoro.
Ho saltato alcune sedute e ora mi vergogno a tornare. Cosa faccio?
Succede più spesso di quanto si pensi. Anche questo è un tema che può essere portato in seduta e che ha senso esplorare insieme.
Dipendere dal terapeuta è un problema?
No. È una fase possibile del percorso, e può essere affrontata in modo consapevole, senza giudizio. L’obiettivo è sempre l’autonomia, ma a volte prima serve lasciarsi sostenere.
Cosa offro nel mio lavoro
Nel mio studio a Lucca e Firenze, accompagno adolescenti e adulti in percorsi terapeutici che tengano conto delle loro risorse, dei loro tempi e delle loro fatiche.
Lavoro anche con persone che hanno già fatto terapia e desiderano riprendere, oppure che stanno vivendo un momento di crisi nel proprio percorso.
Accolgo con attenzione anche il dubbio, la voglia di mollare, la stanchezza.
Perché ogni parte di noi ha diritto di essere ascoltata, anche quella che fatica a restare.
Contatti
📞 366 4394628
🌐 www.psicologapaolafusco.it

