
La solitudine degli adolescenti è uno degli aspetti più delicati, se non uno dei più importanti, per chi lavora con ragazzi e famiglie ed è nel contempo anche uno dei temi più difficili da affrontare per noi professionisti.
L’adolescenza è il momento in cui il mondo relazionale si allarga: accanto ai genitori acquistano sempre più importanza i coetanei, stare con gli altri, trovare il proprio posto in un gruppo, sperimentare vicinanza, appartenenza, conflitto e riconciliazione sono esperienze fondamentali della crescita.
Non parlerò, almeno non oggi, di nativi digitali o di social network che ci hanno resi contemporaneamente più connessi e più lontani.
Vorrei concentrarmi invece su una domanda: come possiamo noi adulti aiutare gli adolescenti a costruire relazioni con gli altri e sostenerli quando farlo diventa difficile?
Quando stare con gli altri diventa difficile
La questione diventa ancora più importante quando parliamo di ragazzi neurodivergenti o che stanno attraversando una sofferenza psicologica — ansia, difficoltà emotive, problematiche alimentari — che può rendere più complesso entrare in relazione con i coetanei e sentirsi parte di un gruppo.
Avere amici, fino a non molto tempo fa, era considerato qualcosa di quasi scontato.
Oggi parlare di adolescenti che fanno fatica a costruire e mantenere amicizie sembra quasi paradossale.
Come siamo arrivati fin qui?
Meno occasioni per incontrarsi
I luoghi di aggregazione sono diminuiti, le città vengono spesso percepite come meno sicure, molti genitori sono sottoposti a ritmi di lavoro pesanti e hanno pochi supporti, anche semplicemente permettere a due ragazzi di vedersi può diventare un piccolo esercizio organizzativo: avete mai provato a incastrare le agende di due famiglie?
La solitudine adolescenziale, quindi, non può essere letta soltanto come una difficoltà individuale del ragazzo: esiste anche un contesto che può rendere più difficile incontrarsi, frequentarsi e costruire relazioni con continuità.
Abbiamo imparato a fare a meno degli altri?
Allo stesso tempo viviamo in un’epoca in cui passa facilmente il messaggio che degli altri, in fondo, possiamo fare a meno.
Le persone vengono rapidamente svalutate quando deludono, quando non corrispondono alle nostre aspettative o quando una relazione richiede troppa fatica.
A volte allontanarsi è certamente necessario in quanto esistono relazioni dalle quali è importante proteggersi ma credo esista anche una crescente difficoltà a tollerare quella parte inevitabilmente scomoda di qualsiasi rapporto umano.
Questo riguarda prima di tutto noi adulti: adulti stanchi, sovraccarichi e con pochi aiuti hanno comprensibilmente bisogno di soluzioni rapide e di problemi facilmente gestibili. Così anche le relazioni che non “funzionano” presto e bene rischiano di essere accantonate. Talvolta accade persino nelle relazioni con i professionisti.
I ragazzi osservano tutto questo e possono imparare, poco alla volta, che davanti a una difficoltà relazionale la soluzione sia interrompere il rapporto, più che provare a comprenderlo, attraversare un conflitto, negoziare e, quando possibile, avvicinarsi di nuovo.
Imparare a tollerare anche la fatica delle relazioni
Nessuna relazione è priva di incomprensioni, frustrazioni o momenti difficili, per questo credo che il nostro compito di adulti, soprattutto con i ragazzi più fragili, sia sostenerli nella fatica di stare con gli altri, più che cercare soltanto di uniformarli o insegnare loro competenze sociali attraverso programmi prestabiliti.
Questi strumenti possono certamente essere utili perchè possono aiutare un ragazzo a leggere meglio alcune situazioni sociali, a comunicare con maggiore efficacia o a comprendere dinamiche che per lui risultano difficili.
Credo fermamente però che dovrebbero rappresentare un sostegno all’esperienza relazionale, non diventare l’unica risposta al problema della socialità.
Creare occasioni di relazione per gli adolescenti
La stessa riflessione riguarda noi professionisti, chi prova a organizzare attività o gruppi per adolescenti conosce bene l’enorme difficoltà che spesso si incontra: non soltanto da parte dei ragazzi, ma anche degli adulti che devono accompagnarli, organizzarsi, investire tempo e credere nel valore di quell’esperienza.
Eppure rinunciare progressivamente alle occasioni di relazione ha un costo, per un adolescente che non riesce a coltivare amicizie, il rischio è che si consolidi sempre di più l’idea che “gli altri non servono”, oppure che “tanto posso stare da solo”.
Una convinzione che può sembrare protettiva, ma che spesso nasce dopo esperienze di esclusione, fatica o delusione.
Con il tempo può trasformare la solitudine in qualcosa che il ragazzo vive come inevitabile e senza via d’uscita.
Gli altri ci aiutano anche a capire chi siamo
Gli altri non servono soltanto a farci compagnia.
Durante l’adolescenza il confronto con i coetanei permette di sperimentare parti diverse di sé: essere scelti e rifiutati, sentirsi simili e differenti, discutere, fare pace, cambiare idea, scoprire quali persone ci fanno stare bene e quali confini vogliamo mettere, attraverso queste esperienze che l’identità prende forma.
Forse allora, quando un adolescente fa fatica a stare con gli altri, la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Come possiamo insegnargli a socializzare meglio?”
Potremmo chiederci anche:
“Quali occasioni gli stiamo offrendo per incontrare davvero gli altri, sperimentarsi nelle relazioni e imparare, poco alla volta, a restarci dentro anche quando diventano difficili?”
È anche attraverso la relazione con gli altri che impariamo a capire chi siamo.
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