I miti che hanno creato false aspettative e alimentano il malessere mentale

Articolo scritto per la rubrica “Spicchi di Psicologia”, una parte del mio sito dedicata alle mie riflessioni professionali e personali su argomenti che mi interessano del mondo psicologico.

Ogni generazione ha i suoi idoli e le sue peculiarità, strettamente legate al momento socio-culturale che vive. I Millennials e la Generazione Z hanno vissuto, e/o respirato, alcuni miti con molta intensità e, nel seguirli, hanno contribuito a far emergere insicurezza, inadeguatezza e fatica.

Non sono di per sé i miti ad essere sbagliati; ciò che diventa disfunzionale è l’adesione rigida a quelle premesse e l’aspettativa, altrettanto rigida, che seguendole si possano concretizzare automaticamente condizioni di benessere.

Tutti, sicuramente, abbiamo vissuto il mito del “studia e trova un buon lavoro” e ormai quasi tutti abbiamo sperimentato che uno “studio matto e disperatissimo”, la dedizione al lavoro, la diligenza nel rispettare orari e scadenze, non sempre sono bastati per ottenere un posto adeguato o comunque mentalmente soddisfacente.

La credenza strisciante era che, sacrificando pezzi di tempo, energie e parti di sé, avremmo ottenuto qualcosa di più: un bel lavoro, la possibilità di una vita agiata, una stabilità. E invece, in molti casi, non solo questo non si è concretizzato, ma perfino persone che hanno raggiunto buoni obiettivi professionali continuano comunque ad avere “l’amaro in bocca”.

Le condizioni necessarie per una salute mentale soddisfacente e serena non dipendono soltanto da una condizione economica e affettiva stabile. Alcune persone che ho conosciuto nella mia carriera professionale hanno ammesso che, nonostante risultati lavorativi importanti, una famiglia funzionale, e senza particolari problemi continuavano comunque a sentirsi profondamente insoddisfatte.

Corsi di arti marziali, lingue straniere, sport, esperienze culturali: tutte attività encomiabili e che sicuramente contribuiscono alla serenità e al divertimento delle persone. Tuttavia, a volte, iniziano a trasformarsi in palliativi, in quel “qualcosa” che dovrebbe farci crescere e stare meglio.

….E quindi?

“Raggiungi il tuo potenziale”, direbbe qualche guru dei social.

I Greci dicevano invece “Conosci te stesso”, frase tante volte ripresa anche da Umberto Galimberti nelle sue lezioni. È una massima dall’origine complessa; personalmente mi piace attribuirla a Chilone, uno dei sette saggi del mondo antico, di cui si tramandano frammenti che trovo molto pertinenti all’argomento di questo articolo.

Ad esempio:

“Non desiderare l’impossibile.”

Oppure:

“Non ti affrettare sulla strada per superare gli altri.”

Conoscere sé stessi, con l’obiettivo di stare bene emotivamente e mentalmente, cosa significa davvero?

Significa individuare i propri bisogni e trovare un modo personale per soddisfarli.

Le generazioni più giovani sono state abituate a pensare che la serenità potesse derivare principalmente dall’acquisizione di status: un buon lavoro, una casa di proprietà, una posizione riconosciuta, una relazione stabile. Tutte condizioni che, teoricamente, avrebbero aumentato automaticamente il valore e la serenità di una persona.

Cosa è successo davvero

Con il passare degli anni e il susseguirsi delle crisi economiche — dal crollo del 2008 fino alla pandemia — sono emerse però molte dinamiche che hanno mostrato quanto l’acquisizione di questo status sia, da un lato, difficile e, dall’altro, non sufficiente a definirsi felici.

E allora cosa prende il posto di un buon lavoro o del terzo viaggio in Asia dell’anno?

Forse non siamo stati abituati a pensare in questi termini.

Quali sono i pilastri interni che permettono di affrontare l’abnorme flessibilità richiesta da un mondo in cambiamento continuo e frenetico?

Lungi dal voler essere esaustiva — problemi complessi richiedono risposte complesse e sicuramente nemmeno io possiedo tutte le risposte — penso fortemente che avere un’idea sufficientemente chiara di chi si è, delle proprie necessità, dei propri bisogni relazionali e personali, e dedicarsi a relazioni positive, basate su uno scambio reciproco e sufficientemente alla pari, possa rappresentare uno dei pilastri più importanti su cui orientare le proprie scelte e reagire ai cambiamenti imposti.

I bisogni relazionali sono proprio quelle necessità che si strutturano nel tempo e che caratterizzano il nostro presente: il bisogno di essere riconosciuti, apprezzati, di stare con gli altri, di sentirsi visti. Bisogni che necessitano di essere soddisfatti senza ricorrere continuamente a palliativi che, a volte, confondono più che arricchire.

D’altronde, è molto forte la tentazione di attingere dall’esterno in maniera strumentale. L’illusione del nostro tempo è che tutto sia possibile e che, se qualcosa è immediato, allora sia anche migliore.

Volere ha potere, in parte

Un altro mito che continua a mietere vittime è quello del “se vuoi puoi”. Chiaramente, per come è organizzata la nostra società, l’uguaglianza sociale è in gran parte una chimera e l’ascensore sociale sembra immobile da tempo. Molti coetanei hanno tentato di colmare il gap delle proprie risorse attraverso enormi sacrifici, senza ottenere necessariamente una ricompensa proporzionata ai propri meriti o alle proprie possibilità.

Il limite, in un mondo così flessibile, è diventato un concetto molto evanescente ma quanto mai importante. Comprendere la limitatezza del nostro controllo sulle cose può essere doloroso, ma anche profondamente liberatorio.

Molte persone, durante un percorso terapeutico, quando prendono davvero consapevolezza del fatto che non è possibile agire su tutto — non solo razionalmente, ma emotivamente — ne rimangono stupite e, spesso, anche sollevate.

Eppure il mito del “volere è potere” continua a spostare la destinazione sempre qualche passo più avanti, senza lasciare davvero spazio alla possibilità di vivere l’oggi.

Di quanto parliamo davvero di questo?

Ricevo a Lucca e Firenze.

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