Se trattassimo la salute fisica come quella psicologica saremmo già morti.

Perché oggi la psicoterapia è più diffusa ma anche più fraintesa 

Sempre più numerose sono le richieste di aiuto psicologico e ormai siamo in un’epoca storica in cui la figura dello psicologo e dello psicoterapeuta è sdoganata. Lo vediamo sui social, dove i profili di professionisti della salute mentale sono seguitissimi (insieme a quelli di professionisti dalle qualifiche non riconosciute, ma che rendono bene l’idea dell’interesse per le questioni “psi”), e nelle chiacchiere tra amici e colleghi: termini come narcisismo, relazione tossica, attaccamento evitante, nevroticismo, eccetera, sono entrati nel linguaggio comune. Nessuno fa più mistero di andare da uno specialista, se ci va (poi dipende anche da come ci va, e ne parliamo proprio adesso).

Tuttavia, il lavoro psicologico/psicoterapeutico è spesso visto come una prestazione afferente all’ambito medico: da un lato è vero, lo psicologo è una figura sanitaria; dall’altro questo crea confusione su tempi e modalità.

Ogni percorso è diverso: frequenza, costi e sostenibilità 

Sto notando, dal confronto con le persone che seguo, dalle consulenze richieste, tra i colleghi e perfino nelle proposte formative per noi professionisti, una tendenza ad assimilare la terapia a un farmaco: vado dallo psicologo e poi starò meglio. Ebbene? Da un certo punto di vista è corretto: i percorsi psicologici devono portare le persone a stare meglio. Ma i tempi e i modi non sono assimilabili a quelli di una terapia farmacologica.

I tempi sono diversi. Sì, anche lunghi.

Angosciante? Insostenibile economicamente? Faticoso? Sicuramente.

La frequenza delle sedute e la sostenibilità economica vanno modulate con il professionista in base alla fattibilità e ai risultati: è un vestito cucito a quattro mani, dietro indicazioni del terapeuta.

Alcuni fanno confronti: “la mia amica va dalla terapeuta una volta al mese, perché a me viene suggerito ogni 15 giorni?”.

Per lo stesso motivo per cui alcune persone hanno bisogno di un ciclo di antibiotici e altre di due: dipende dalla questione e da come risponde la mente.

Non siamo tutti uguali, né come persone né come professionisti, per cui è possibile che ci siano molte differenze tra i percorsi.

Non è pensabile che un paziente decida in autonomia il dosaggio di un farmaco e i tempi di assunzione, pena la sua inefficacia. Eppure, con la psicoterapia, in buona fede, si pensa di poter fare così.

Perché la terapia a volte non decolla (soprattutto all’inizio) 

È essenziale un periodo di costruzione della relazione terapeutica, basata su fiducia e definizione di obiettivi perseguibili. Le persone spesso arrivano con una richiesta che assume la forma di un malessere, più o meno strutturato in un sintomo (le cui caratteristiche ormai sono ovunque, e le persone spesso credono già di sapere cosa hanno). Ma gli ostacoli emotivi che fanno inciampare le persone sono molto più subdoli e insidiosi: emergono con più fatica e, per farlo, è necessario uno sforzo.

Proprio agli inizi è possibile che il percorso non decolli, per la fatica di stare in una relazione intima con il terapeuta. Intima nel senso di una vicinanza emotiva che implica affidarsi, aprirsi e tollerare una certa dipendenza. E con inizi intendo i primi mesi o i primi 4-5 incontri.

Proprio quando si inizia a strutturare una relazione più profonda, alcune persone possono provare difficoltà: emergono emozioni negative nello stare emotivamente vicini a qualcuno, ci si sente vulnerabili o addirittura arrabbiati, fino a decidere di interrompere il trattamento.

Il problema del “tutto e subito” nei percorsi psicologici 

Altri, invece, hanno difficoltà con il tempo: deve essere tutto veloce. Qualcuno è mai andato da un dentista per un impianto chiedendo di fare veloce? Il professionista impone dei tempi che derivano da una serie di fattori.

Nel lavoro psicologico, il tempo necessario per elaborare il presente è poco compatibile con una società che richiede performance e tutto “fast”: fast food, fast fashion, ecc. Per questo molti percorsi vengono interrotti quando si raggiungono i primi risultati, impedendo però di sedimentarli e di ridiscuterli con il professionista.

Interrompere la terapia: scelta legittima o effetto delle credenze? 

Ognuno è legittimato a interrompere un percorso per qualsiasi motivo, sia chiaro. La riflessione che pongo è quanto, tra questi motivi, ci siano credenze non applicabili al campo psicologico. 

Bada bene: capisco che questi siano percorsi faticosi economicamente e non sempre alla portata di tutti. In questo articolo voglio affrontare la questione delle credenze rispetto alle modalità di un percorso di terapia e alla sua fattibilità, nonostante quello economico sia un aspetto importante.

Inoltre, alcune persone, dopo un po’ di tempo, chiedono: “Quanto dura la terapia?”. Il lavoro terapeutico è flessibile e in continuo adattamento, in base ai risultati raggiunti e ai nuovi obiettivi di benessere.

Avete mai visto pazienti oncologici interrompere le terapie perché “ormai dura troppo”? Quando una cura è “troppo”?

Quando è costosa. E non è un mistero che la psicoterapia sia quasi esclusivamente privata. Il Servizio Sanitario Nazionale prevede poche possibilità, insufficienti rispetto alla domanda. Pertanto le persone si rivolgono ai privati per i tempi di attesa e per la possibilità di concordare più flessibilmente gli appuntamenti.

Nonostante questo, alcuni pensano che i colleghi del pubblico non siano mossi dal denaro e quindi tendano a concludere prima i percorsi, a differenza dei privati che “li tengono a lungo”. In realtà, nel pubblico le risorse sono semplicemente troppo esigue per soddisfare le richieste della popolazione.

Il tempo in più, nella psicoterapia, è a favore di obiettivi concreti. Non della parcella.

Quando la terapia tocca punti sensibili: cosa succede davvero 

La psicoterapia che si assesta o non decolla del tutto spesso ha a che fare con il fatto che si toccano corde intime che non vogliamo toccare. In questi casi, prendere le distanze diventa la soluzione perfetta: un po’ come quando si assume un farmaco e si dice “basta, sto bene” oppure “questo non serve a nulla”.

Ma allora, come è possibile capire quello che sta succedendo nel processo terapeutico? Come è possibile affrontare le perplessità sul percorso stesso?

Riportando la questione nel luogo della terapia e metacomunicando, cioè riflettendo insieme su ciò che accade, cercando di comprenderlo e ricollegarlo al funzionamento preciso e specifico della persona.

Questo passaggio è fondamentale, perché permette di trasformare il dubbio, la fatica o la distanza in materiale di lavoro terapeutico.

Poi, certo, la persona potrà legittimamente decidere se proseguire o meno il percorso.

Se ti sei ritrovato in queste riflessioni, forse non è un caso.

Il percorso terapeutico non è un percorso lineare, né sempre semplice da sostenere. Può mettere in discussione, rallentare, far emergere dubbi sul processo stesso. E proprio quei dubbi, spesso, sono già parte del lavoro e non sono campanelli d’allarme, funzionano meglio di un entusiasmo illusorio.

Se ti stai chiedendo se il tuo percorso sta funzionando, se ha senso continuare o se qualcosa “non torna”, può essere utile non restare solo con queste domande. Portarle dentro uno spazio di confronto permette di comprenderle meglio, senza dover decidere tutto da soli.

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