Perché è così difficile andare dallo psicologo? Paura e dubbi sulla terapia
“I miei amici me lo suggeriscono. Non tutti, eh, solo alcuni.” Oppure: “Il mio partner mi consiglia di parlare con un professionista. Male non sto, ormai dallo psicologo ci vanno tutti e lo so, eppure perché dovrei andarci?”.
Queste sono alcune delle genuine riflessioni ad alta voce che, in alcuni casi, mi vengono fatte durante il primo colloquio.
Non c’è una diagnosi rilevata e, sfogliando i social, il proprio malessere non sembra rientrare in nessuna categoria: posso quindi ipotizzare di non avere problemi gravi, schizofrenia o altro. E allora, dallo psicologo, che ci vado a fare?
Parto da una premessa: la decisione di andare da uno psicoterapeuta dovrebbe essere esclusivamente di chi richiede l’appuntamento, fatta eccezione per i minori, per i quali le cose sono inevitabilmente più complesse.
A parte qualche suggerimento qua e là e un “forse sì, mi potrebbe aiutare”, esistono percorsi che cominciano con forti dubbi sull’utilità stessa della psicoterapia: “Sarà utile a me?”
Quando è utile andare dallo psicologo?
La psicoterapia parte da un bisogno e da una richiesta, più che da un problema “da risolvere”: il bisogno di stare meglio.
Il malessere, che possiamo codificare in molti modi e attraverso molte etichette, è il punto di partenza. Per capire se possa essere utile rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta entrano in gioco diversi fattori: quanto quel malessere compromette la nostra vita, quanto riteniamo di dover sopportare prima di chiedere aiuto e quanto siamo disposti ad affidarci a un professionista.
È impossibile chiarire tutto in un articolo e in forma scritta, ma provo almeno a dare alcune risposte.
Quanto questo “ovo sodo” — citando il film Ovosodo di Paolo Virzì — non va né su né giù? Quanto sento che mi intralcia nella quotidianità, con i colleghi, con il partner e con gli altri in generale?
Siamo animali sociali e possiamo avere la tendenza a escludere chi per noi diventa scomodo. È sacrosanto e legittimo, fino a quando l’esclusione è una scelta ponderata e non diventa un modus operandi.
E soprattutto: quanto e cosa mi toglie questo malessere?
Quando comincia a togliere relazioni, serenità nel viverle, possibilità di stare con gli altri o consapevolezza dei propri limiti, forse vale la pena fermarsi a guardarlo. Se da soli — nonostante l’AI e le varie forme di aiuto e “fast therapy” online — non siamo riusciti a sciogliere quell’impiccio, valutare l’aiuto di un professionista può essere utile.
Perché iniziare una psicoterapia può fare paura?
C’è poi la capacità di sostenere un’intimità lunga e continuativa.
La terapia è spesso associata al dolore e, come sosteneva Jung, l’essere umano è disposto a fare moltissimo pur di non entrare in contatto con la propria sofferenza: evita. E talvolta continua a evitare anche quando affrontare ciò che fa male potrebbe portare un beneficio. Il professionista, inizialmente e oggettivamente un estraneo, diventa allora custode di quel dolore, non lo trasforma magicamente, e per alcuni può essere percepito come osservatore inerme del proprio dolore; tuttavia un’esposizione autentica e guidata ti conduce alla consapevolezza della gravità e della consistenza della sofferenza.
Anche perché esiste la questione del tempo della psicoterapia.
Da una parte c’è un dato concreto: la psicoterapia è un servizio per lo più privato e a pagamento e può quindi essere complesso sostenerlo nel lungo periodo. Dall’altra parte c’è la difficoltà emotiva di tenere nel tempo una relazione terapeutica e ciò che quella relazione porta con sé.
“Perché dovrei raccontare i fatti miei a uno sconosciuto?”
La relazione intima con un altro essere umano, nell’epoca dell’individualismo imperante, del mito del “faccio tutto da solo” o del “posso fare a meno degli altri”, è qualcosa che può apparire contemporaneamente superato, affascinante e pauroso.
Perché dovrei dire a questa persona i fatti miei?
In questo, in fondo, hanno ragione anche gli adolescenti quando, portati in terapia per legittima decisione genitoriale, chiedono: “Perché dovrei parlare con te?”.
“Perché ti posso dare un aiuto”.
E loro, sempre o quasi, fanno spallucce. Non è una loro responsabilità. È anche ciò che noi adulti abbiamo insegnato loro: l’altro, alla fine, a che cosa ci serve?
E qui torniamo alla paura di affidarsi. Devo raccontare i fatti miei, spesso so che non esisterà una soluzione immediata e che probabilmente ci vorranno tempo e soldi. E allora, orsù, a me chi me lo fa fare?
Non andare dallo psicologo è comunque una scelta legittima
Ogni scelta è legittima. Lo è quella di interrompere la terapia — ne ho parlato anche in un precedente articolo — così come lo è quella di non iniziarla, la psicoterapia o terapia da uno psicologo non è obbligatoria ed è possibile convivere con un malessere per lungo tempo senza mai affrontarlo.
La questione semmai è un’altra: vale la pena non darsi la possibilità di stare meglio?
Come se la possibilità di prendersi cura di sé fosse legittimata soltanto dalla presenza di sintomi conclamati, riconoscibili e chiaramente classificabili. Prendersi cura di sé può significare anche provare a guardare una ferita, un pezzetto della propria vita o una parte di sé sulla quale nutriamo dubbi e incertezze. Significa, forse, iniziare a vedersi come persone degne di quella cura anche quando non esiste un’etichetta diagnostica che ci autorizzi a chiederla.
Questa complessità, vissuta nella sua pienezza insieme a un professionista che sappia gestirne momenti e tempi, dopo aver costruito una relazione terapeutica di fiducia, può essere rielaborata e dare fondamento a qualcosa di diverso.
Sicuramente il passo lento della psicoterapia e della mente non coincide con i ritmi di oggi, proprio quel passo lento è uno dei pilastri su cui può basarsi un percorso che abbia un senso e che provi a rispondere a quella domanda, più o meno chiara, con cui tante persone arrivano in terapia:
“Posso stare meglio di così?”
Stai pensando di iniziare un percorso?
Non è necessario avere già le idee chiare, una diagnosi o la certezza che la psicoterapia sia la scelta giusta. Anche i dubbi sul cominciare possono trovare spazio in un primo colloquio.
Se senti che qualcosa, nella tua vita o nelle tue relazioni, continua a creare fatica e vuoi provare a comprenderlo meglio, puoi contattarmi per valutare insieme la possibilità di iniziare un percorso di psicoterapia.
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