Ho deciso di fare una riflessione sul ruolo dello psicologo oggi, alla luce della Giornata mondiale della salute mentale e delle diverse dichiarazioni politiche riguardo lo psicologo a scuola.
Se qualche anno fa guardavo con attenzione alle diverse figure che si propongono come professionisti del benessere mentale, coach e counselor ad esempio, che avevano lo scopo, a loro dire, di integrare o di intervenire prima che ci fosse un disturbo strutturato, adesso guardo con apprensione a chi vede lo psicologo come professionista che può modificare e plasmare le persone, soprattutto i minori, nella direzione desiderata dagli adulti.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita sostanziosa delle richieste di aiuto psicologico. Non è obiettivo dell’articolo approfondirne i motivi: vorrei concentrarmi su come viene visto lo psicologo oggi e soprattutto su cosa l’utenza si aspetta da un percorso di questo tipo.
L’abnorme diffusione di psicologi sui social e di tante altre figure che ritengono di poter parlare con cognizione di causa di relazioni, mente ed emotività propone una quantità di materiali che probabilmente vogliono essere informativi, ma nel concreto credo abbiano contribuito a costruire l’idea che esistano meccanismi e fenomeni, soprattutto sulle coppie — qualsiasi social esplode di contenuti sul perché non si riesce a trovare l’anima gemella — da capire e che questo basti a stare meglio.
Niente di più falso.
È vero che nello stesso calderone ho messo professionalità strutturate, come gli psicologi appunto, e professionalità dalle competenze e dai confini più ambigui, e non mi concentrerò neanche sulla loro pericolosità, ma ormai è a mio avviso impossibile non vedere che queste ultime sono onnipresenti e con una strategia comunicativa davvero accattivante e coinvolgente, quindi le persone le seguono, le ascoltano e ci credono volentieri.
La psicologia è diventata un ammasso di fenomeni parcellizzati? Chiaramente no. Il percorso psicologico è terapeutico perché è un’esperienza emotiva, individuale e relazionale, e questo è ben lontano dal conoscere il meccanismo dell’energia maschile o femminile o della lista di priorità in una relazione.
Quindi, se da un lato il percorso psicologico viene squalificato nel suo potere e nella sua serietà, complice una certa velocità del risolvere tipica del nostro tempo, le difficoltà di trovare uno spazio personale quando la priorità è solo lavorare e il costo di un professionista serio, dall’altro lo psicologo viene visto come una figura che può rendere adattabile un individuo a un contesto, senza interrogarsi se quel contesto sia sano oppure no.
Allora ci sono alcuni che sminuiscono l’importanza della terapia perché non è l’ansia ma il capitalismo, e quindi il malessere è una risposta al contesto e quindi o cambi contesto o te ne distacchi, quindi psicologo inutile; oppure, al contrario, lo psicologo è la figura che cercano per aggiustare le persone e renderle adattabili.
Questo mi spaventa moltissimo, perché per le persone più fragili e per i ragazzi rischia di far perdere di vista il contesto.
Cosa possiamo fare noi per rendere il contesto più sostenibile per questa persona in difficoltà o per questo ragazzo?
Il fatto di mettere in discussione quello che facciamo noi adulti o noi persone è preoccupante, perché rischia, a mio avviso, di creare degli ambienti scolastici e sportivi in cui quei ragazzi che hanno difficoltà sono automaticamente fuori: o ti adatti o sei escluso.
Inoltre, rischia di far vedere la difficoltà come un problema da risolvere e non come un elemento informativo di quella persona e anche dei sistemi in cui vive.
L’ombra dell’esclusione riguarda sia chi si rivolge allo psicologo, che o guarisce o viene espulso nella sua difficoltà e peculiarità, sia il professionista che non è riuscito in maniera convincente a modificare la persona.
E il fatto di vedere le persone come pezzi di un ingranaggio lo trovo pericoloso.
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